Servizi e formazione per il benessere della persona e della cittadinanza

Perchè andiamo in montagna

Quello che facciamo, grazie all’aiuto insostituibile dei volontari del Cai di Bergamo, è molto semplice, e allo stesso tempo qualcosa di speciale, di grande. Per riprendere uno slogan di moda, “Quando uomini e montagne si incontrano, grandi cose accadono”. Ed è proprio vero.

Andare per montagne, che si tratti di cime da scalare, di percorrere sentieri ripidi che portano a vette potenti come calamite,o di camminare per mulattiere più accessibili, è un’esperienza che ci mette tutti in immediato contatto con la natura.

Incontriamo gli alberi, i prati, i sassi, le foglie, i fiori, le erbe, gli animali che stanno tutti intorno a noi; ma entriamo in contatto anche con la natura che è dentro di noi: abbiamo la possibilità di essere più liberi, veniamo in contatto con parti di noi che nel quotidiano rimangono nascoste, compresse, avviluppate nelle corazze che vestiamo per affrontare le nostre giornate, o imprigionate nelle stereotipie dei comportamenti che ci danno sicurezza, ma insieme ci fanno da limite.

Andare per montagne vuol dire incontrare le nostre fatiche, ciascuno le sue: la paura di attraversare un bosco fitto e scuro alle prime ore del mattino; la difficoltà a camminare in salita sull’acciottolato che fa perdere l’equilibrio; il fiato che manca; le gambe che fanno male; gli scarponi che stringono i piedi; le ginocchia che gridano aiuto in discesa, la vastità di uno spazio aperto che non conosciamo e in cui ci sentiamo enormemente piccoli, soli, e indifesi.

Andare in montagna vuol dire venire a contatto con i propri limiti, ciascuno i suoi, e sperimentare, con l’aiuto del gruppo, che possiamo, di colpo, oppure piano piano, fare un passo oltre, e superarli.

Andare per montagne vuol dire uscire dai luoghi chiusi, quotidiani, sperimentare momenti di interazione libera, di autonomia, di solidarietà dentro il gruppo in cammino, stare insieme in un modo che ci fa sentire meno le differenze, ci mette più vicini.

Questo è vero per tutti, e vale tanto, vale il doppio, o anche il triplo a volte, per chi è una persona con disabilità.

Andare in montagna con chi ha una disabilità psichica- mentale – relazionale – fisica è rispettare alla lettera lo spirito della legge 180, e le indicazioni del World Health Forum. Consente di mettere l’accento sulle risorse, invece che sulla malattia.

Aiuta a sbloccare i meccanismi del malessere, dona alla persona occasioni preziose di sperimentazione di sè, di senso della realtà. Aiuta ad allontanare i pensieri negativi, a migliorare la concentrazione, a mettere insieme mente e corpo, emozioni e fisicità, dando spazio al concreto invece che ai propri fantasmi, o agli spazi angoscianti della psicosi.

Quando andiamo in montagna per una giornata ci sentiamo più liberi, più protagonisti, più uguali e possiamo guadagnare fiducia in noi stessi, e autostima.

Quando andiamo in montagna, ragazzi e ragazze con disabilità, accompagnatori del Cai, educatori, tirocinanti, volontari,ci sentiamo INSIEME, e impariamo a prenderci cura di noi e degli altri. Insieme facciamo esperienza dei limiti oltre i quali non possiamo andare, ma diventiamo tutti capaci di superare gli ostacoli in modo creativo.

La montagna permette alla persona con disabilità di relazionarsi in uno scenario che è aperto, non controllato, non precostruito o preordinato da altri.

Osare, poco o tanto, uscire dal conosciuto, da quello che diamo ogni volta per scontato, entrare in contatto con l’inaspettato, imparare ad accoglierlo, non da soli, ma insieme agli altri, tutti diversi, ci dà la possibilità di operare una trasformazione. Piccola magari, ma pur sempre un a trasformazione.

 

Milano, 18/2/18

© Paolo Ballerio


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